Cronache di una rottura, giorno tre

Ho sempre creduto che la parte più difficile di un legame fosse il costruirlo: mettere insieme due persone che non si conoscono e che non si fidano l’una dell’altra, che dovranno però cercare di capirsi, di supportarsi ed avere il coraggio di esporsi, al fine di ottenere qualcosa di buono. Adesso invece so che tutto questo è una sciocchezza se paragonato al rinunciare al legame dopo che si è consolidato. Quindi esattamente spiegatemi come si fa a passare tutta la vita senza, quando dopo soli tre giorni io respiro appena.

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Briciole 

Realizzando il poco valore che ti danno alcune persone.

Mi getta solo briciole, e ha pure la pretesa che mi sfami con esse.


Lavori in corso

La mia vita è un cantiere: se ci entrate, fate attenzione alle buche e agli attrezzi che operai disattenti hanno lasciato in giro. Sopportate il disordine, le costruzioni ancora incomplete e i cumuli di scarti che presto o tardi mi deciderò a far smaltire. Leggete bene i cartelli e, più di ogni altra cosa, abbiate pazienza. Ci sto lavorando.


Il barattolo 

Ho in mano un barattolo pieno di sentimenti confusi, con una data di scadenza illeggibile ed il coperchio incastrato, che per quanto io tiri, sviti o picchi non c’è verso di aprire. Cerco di capirne il contenuto scuotendolo e avvicinandolo all’orecchio per sentire che rumore fa. Riconosco la paura forse, che sbatte contro il metallo. E, credo, lo stupore, che si agita in superficie. Ma il suono che più preferisco è un leggero picchiettio, come un discreto bussare o il battito di un cuore. Lo si sente appena, eppure è il più importante di tutti. Che rumore ha la felicità? Io credo proprio che sia questo.


La grandezza delle piccole cose

Come regalo per i miei tredici anni una mia compagna di classe mi mise in mano un bel pacchetto di carta colorata, che si scoprì poi avvolgere un libro. Credo dovesse essere uno di quei regali in cui è il pensiero che conta, scelto da uno scaffale a caso per il basso prezzo e l’etichetta “best sellers”, che rassicura un po’ come se dicesse “tranquillo, non fa poi così schifo”. Il titolo era Il prodigioso Maurice e i suoi geniali roditori, di un certo Terry Pratchett, e ammetto che, salvo il nome curioso, delle cose che mi spingono a leggere un libro non ne aveva proprio nessuna. Ricordo infatti d’averlo lasciato come ultimo, decidendomi ad andare oltre la copertina solo quando d’alternativa a lui era rimasta soltanto la rubrica telefonica. Tre pagine dopo, già ero impaziente di cominciare la numero quattro. Dieci, e già sapevo che non l’avrei posato fino a che non fosse terminato.

La sua storia raccontava di un’insolita alleanza tra l’astuto gatto Maurice, un giovane pifferaio di nome Keith e un clan di topi. Sì, esatto: topi. Intelligentissimi, in grado di parlare e di decidere da soli cosa è giusto e cosa non lo è. Descritto così sembra una favola per bambini, ma in verità è molto più complesso e profondo di quanto non suggerisca la trama. Per cominciare, i topi sono persone migliori delle persone vere. Più umani degli umani, che a loro confronto fanno invece una figura quasi imbarazzante. Poi…bé…in sole duecentosessantadue pagine i personaggi imparano, prendono decisioni, cambiano il loro modo di pensare…crescono. Proprio come, nel leggerlo, sono cresciuta io. La storia di un gruppo di ratti e di un gatto imbroglione mi ha cambiato la vita. Il regalo di circostanza di una persona che oramai neppure riconoscerei se la vedessi per strada.

Anche le piccole cose possono portare a qualcosa di grande.

 


Il riscatto di un bugiardo

Anche i più grandi bugiardi possono smettere di mentire se trovano persone capaci d’ascoltarli senza sparare sentenze.


Il signor Wolf dei poveri

Avete presente Pulp Fiction? Il famoso film di Quentin Tarantino dove c’è quel tale che si presenta dicendo “sono il signor Wolf, risolvo problemi”. Bene, io sono Rebecca e anche io risolvo problemi. Nel farlo però ne creo di nuovi per me.